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La Filosofia della Scienza in Italia

Intervista al Prof. Paolo Parrini (vai all'audio)

di Duccio Manetti

Una domanda preliminare e retorica se si vuole, ma chiave nell’ottica di divulgazione fatta propria da Pianeta Galileo, che cosa s’intende per filosofia della scienza? Qualcuno che non sia scienziato o filosofo potrebbe sorprendersi di questo accostamento.

  
La filosofia non è mai stata una disciplina unitaria. Quasi fin dalle origini, si è ripartita in varie branche corrispondenti alle principali articolazioni dell’esperienza e delle ‘curiosità’ umane (non si dimentichi che per Aristotele la ‘molla’ del filosofare è rappresentata dalla meraviglia). Sono nate così l’ontologia come scienza dell’essere in quanto essere, la gnoseologia come teoria generale della conoscenza, la filosofia morale come teoria del bene, l’estetica come riflessione sulla sensibilità e sul bello, e così via. Man mano che si sono costituite e consolidate attività culturali che hanno arricchito di contenuti sempre più complessi le nostre idee della bellezza, della conoscenza o del bene, si sono sviluppate anche discipline filosofiche specifiche o specializzate volte alla chiarificazione di forme della cultura come appunto l’arte, la scienza, i sistemi etici, e così via. Per esempio, l’estetica si occupa sia della natura del bello sia della natura dell’arte. Analogamente in filosofia abbiamo tanto la gnoseologia o filosofia della conoscenza, ossia una riflessione di carattere assai generale sul problema del conoscere, quanto una riflessione che si occupa in modo specialistico di quella che, almeno di primo acchito, sembra una forma privilegiata o ‘paradigmatica’ di conoscenza, ossia l’attività scientifica: e questa è la filosofia della scienza.

Lei ha diviso (in varie pubblicazioni, ma anche negli atti di Pianeta Galileo 2005) la storia della  filosofia della scienza in Italia in 3 fasi: nella prima, Giuseppe Peano prima e Federigo Enriques poi, si scontrano con l’idealismo crociano e gentiliano, venendo anche tacciati di essere filosoficamente incapaci; nella seconda Ludovico Geymonat e Giulio Preti ci provano, ma vengono accusati addirittura di essere anti-umanisti; nella terza lei individua qualche traccia di speranza di portare al superamento di antiche barriere tra cultura umanistica e cultura scientifica..
Ma è davvero utile continuare a far battagliare umanesimo e scienze e ad usare espressioni tipo “cultura e scienza”? E’ la “letteratura” il nemico del metodo e viceversa?

Lo scopo della mia battaglia è stato proprio quello di superare tali barriere e di mostrare l’assurdità di contrapporre cultura e scienza, letteratura e ‘metodo’, caso mai riservando alle sole discipline umanistiche il titolo onorifico di ‘cultura’. Preferirei non scendere sul piano dell’esemplificazione, ma mi pare abbastanza evidente che cultura e incultura si trovano equamente distribuite in tutti e due campi, ossia tanto fra i cultori di discipline umanistiche (compresa la filosofia) quanto fra i cultori di discipline scientifiche. Per certi versi una qualche divaricazione è inevitabile perché ormai nessuno può tenere dietro a tutti gli avvenimenti che continuamente modificano il nostro quadro culturale. L’importante però è capire che in tale quadro hanno un posto tanto le conoscenze scientifiche quanto quelle umanistiche.
Vorrei comunque aggiungere che, negando la validità della contrapposizione cultura umanistica/scienza, non intendo affatto negare che fra le discipline cosiddette ‘umanistiche’ e le discipline scientifiche esistano differenze importanti e modi diversi di ‘essere cultura’. In realtà, credo che una delle ragioni all’origine di quella erronea contrapposizione nasca dal fatto che il linguaggio delle discipline e delle attività umanistiche ha, almeno nell’immediato, una capacità di impatto enormemente maggiore di quella posseduta dal linguaggio delle discipline scientifiche, anche di quelle meno ‘matematizzate’ e astratte. Ma vanno anche registrati esempi di buona divulgazione scientifica che fanno molto per colmare tale distanza. Credo che lo stesso PG si ponga meritoriamente un simile scopo.

Insieme ad Alberto Peruzzi (Coordinatore scientifico di PG) lei è stato uno degli ultimi allievi di Giulio Preti, può ricordarne brevemente la figura? In che maniera la filosofia della scienza in Italia gli è oggi debitrice? E gli è stato finalmente reso l’onore che meritava oppure è ancora troppo poco noto?

Ad onta di quanto è stato talvolta insinuato, penso che Giulio Preti sia stato il maggior filosofo italiano del secondo dopoguerra, e che non solo la filosofia della scienza, ma anche la filosofia generale avrebbero avuto da noi un destino migliore se egli non fosse stato progressivamente emarginato con mezzi che purtroppo erano e continuano ad essere una triste peculiarità del mondo filosofico-accademico nostrano. Dal punto di vista generale, Preti ha avuto il merito di sviluppare fin dagli anni Quaranta e Cinquanta (quando non era facile farlo) un discorso filosofico che aveva come suo primo obbiettivo, oltre al mantenersi libero da pregiudiziali condizionamenti ideologico-politici, di contrapporsi a quella mentalità umanistica, retorica e storicistica che in modo palese o subdolo ha condizionato gran parte della filosofia italiana del dopoguerra e che poco aveva a che fare con il giusto rispetto che si deve portare alla storia e agli studi storici. Che speranze ci potevano essere per un filosofo come lui in un ambiente in cui da un certo momento in poi ha avuto largo spazio la singolare idea che la via regia per l’emancipazione della cultura italiana dall’idealismo gentiliano e dallo storicismo crociano passasse attraverso la storia della filosofia e la storia della scienza, e per di più una storia della filosofia e una storia della scienza concepite e/o praticate trascurando la dimensione teorico-concettuale dei problemi esaminati?
Pure sulla filosofia della scienza l’influsso di Preti è stato purtroppo assai limitato. Egli aveva cercato di far conoscere e di utilizzare in maniera non pedissequa anche gli aspetti più tecnici dell’epistemologia neoempiristica. Ma quegli aspetti hanno avuto scarsa incidenza sugli esordi della filosofia della scienza in Italia e sui riflessi di essa sulla filosofia generale. Gli effetti si sono visti e si vedono tuttora. Basta considerare la superficialità o addirittura la scarsa alfabetizzazione epistemologica di personaggi che pure sono spesso chiamati a pronunciarsi su scienza e filosofia, tanto a livello teorico quanto a livello storico.
Per fortuna il quadro attuale presenta pure alcuni aspetti positivi, anche per quel che riguarda l’opera di Preti. Non solo in tempi recenti sono usciti diversi Atti di convegni dedicati alla sua figura, ma sembra crescere lo stesso interesse internazionale (a Parigi, per esempio, è attualmente in discussione una tesi di dottorato che ricostruisce con grande messe di materiali il pensiero del filosofo pavese). Quello che ancora manca è semmai un più ampio e adeguato riconoscimento del valore della sua opera. La figura di Preti continua ad essere sentita come scomoda e l’arma di difesa privilegiata resta la solita congiura del silenzio.         

Come vede il rapporto tra filosofia della scienza e filosofia più in generale?

Rispondendo alla prima domanda, ho detto che la filosofia della scienza è la branca della filosofia che riflette su quella forma particolare di cultura costituita dalla conoscenza scientifica, o dalla supposta conoscenza scientifica. La filosofia della scienza è quindi uno dei tanti prodotti del processo di specializzazione che caratterizza ogni settore del nostro sapere. E questo mi offre lo spunto per rispondere alla domanda attuale.
La specializzazione nell’ambito della riflessione filosofica è per molti versi inevitabile perché è sempre più difficile stare dietro all’impetuoso processo di arricchimento della cultura umana. D’altra parte è anche opportuno – e ciò vale per la filosofia in modo particolare - che la specializzazione non faccia perdere di vista gli aspetti più generali dei diversi problemi. Nel caso specifico della filosofia della scienza questo significa che non andrebbe mai dimenticato che essa è al tempo stesso filosofia e scienza, e dunque una disciplina che dovrebbe basarsi su una conoscenza di prima mano sia dei particolari temi scientifici di cui si occupa, sia delle problematiche filosofiche che sono chiamate in causa. Per esempio, alcuni filosofi della scienza negano che le teorie scientifiche abbiano un genuino valore conoscitivo. Come si può pensare di dire qualcosa di significativo su una questione come questa senza fare riferimento tanto a delle teorie scientifiche specifiche, quanto a una qualche concezione generale della conoscenza? Qui come in altri casi emerge con chiarezza una circolarità tra indagini particolari e indagini generali. Bisogna cercare di rendere tale circolarità un circolo virtuoso anziché un circolo vizioso. Ciò è tutt’altro che semplice o banale. Purtroppo oggi l’eccesso di specialismo e la ricerca di sbrigativi quanto effimeri risultati conduce spesso a trascurare questo problema.

 

Da filosofo e storico della filosofia della scienza come considera l’insegnamento della storia della filosofia nelle scuole? Cosa pensa dei Festival della scienza e dei festival della Filosofia in Italia?

Per quanto riguarda l’insegnamento scolastico della filosofia, mi è difficile rispondere perché è ormai qualche anno che manco di informazioni di prima mano sulla situazione della nostra scuola secondaria superiore. Nella pratica credo che vi siano molte differenze fra un insegnante e l’altro. Credo anche però che resti prevalente l’approccio storico alla disciplina rispetto a quello che io difendo e che ho chiamato approccio teorico-problematico, in quanto pone l’accento e focalizza l’attenzione sui problemi filosofici e la discussione intorno ad essi (questo e non altro è il senso che ho sempre dato a quella qualificazione). Inoltre rimane per me negativo il tradizionale abbinamento ‘gentiliano’ della filosofia con la storia civile, sociale e politica. Reputo infine una vera ‘truffa’ che si continui a chiamare Filosofia un insegnamento che nelle intenzioni legislative è in realtà, come Lei dice, di Storia della filosofia. Anziché lasciar spazio ad un benefico pluralismo di impostazioni culturali, in Italia si finisce addirittura per imporre per decreto l’identificazione della filosofia con la sua storia!
Quanto ai festival della scienza e della filosofia, direi che hanno un indubbio aspetto positivo nella misura in cui si propongono l’obbiettivo più che lodevole di avvicinare la gente a queste forme di cultura. Certo, anche qui come nel caso più generale della divulgazione filosofica e scientifica, bisogna stare attenti a che le modalità con le quali viene veicolato il messaggio non alterino in malo modo i contenuti del messaggio stesso. Da questo punto di vista la possibilità di effetti indesiderabili la vedo e mi pare che alcuni di essi si siano già concretizzati. Un altro pericolo da cui guardarsi con simili iniziative mi sembra quello di un’estensione ‘brutale’ al mondo della cultura di parametri caratteristici del mondo dei media (col rischio di importare fenomeni come il ‘divismo’, l’ossessione dell’audience, la ricerca del ‘successo’ a tutti i costi e così via)

Vista la crisi delle Facoltà scientifiche in Italia può essere la filosofia a far capire il valore della scienza e forse ad aprire nuovi orizzonti di ricerca almeno in certe aree?

Sicuramente una filosofia attenta ai contenuti della scienza e capace di metterli in circuito con i propri mezzi può contribuire non poco a far comprendere l’assurdità della contrapposizione che dicevamo sopra tra scienza e cultura. Certo che, nel far ciò, occorre stare molto attenti: la responsabilità è grande. La faciloneria, se è dannosa per la filosofia, corre il rischio di esserlo ancora di più quando si affronta un argomento tanto ‘caldo’ come il suo rapporto con la scienza. Certi dibattiti attuali sullo scientismo o sulla laicità in cui compare il problema di questo rapporto sono francamente sconfortanti. Non basta proclamarsi di nessuna chiesa o invocare un’etica senza Dio; occorre fare un discorso filosoficamente ‘strutturato’ che sia in grado, tra l’altro, di cogliere il significato che anche per un laico possono avere certe denunce contenute nell’omelia del Cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI. Ciò che intendo dire è che pure i laici più convinti dovrebbero affrontare questioni di tanta importanza con il necessario impegno teorico e con la dovuta serietà morale.  Tanto per riprendere il discorso su Preti, si pensi, per esempio, alla solidità concettuale con cui opzioni ideologiche, culturali e filosofiche si fondevano nel libro del 1957 Praxis ed empirismo.
Quanto alle potenzialità della filosofia per lo sviluppo della ricerca scientifica, non credo si possa dare una risposta in astratto. È un fatto che nella storia del pensiero scientifico e filosofico vi sono stati molti episodi nei quali la riflessione filosofica ha influito positivamente sullo sviluppo della scienza: Herbart che influenza Riemann sulla natura dello spazio; il convenzionalismo che favorisce l’approccio critico di Einstein al problema della simultaneità; Mach che apre la strada alla relatività generale; il pragmatismo logico-operazionale di Vailati che influisce su de Finetti per l’elaborazione della teoria soggettivistica della probabilità, e così via. Ma è difficile dire se casi del genere siano destinati a ripetersi. L’unica cosa da fare è cercare di svolgere al meglio il proprio lavoro di scienziati o di filosofi tentando, nei limiti del possibile, di prestarsi vicendevolmente e rispettosamente ascolto nella consapevolezza che interconnessioni fra i due campi sono ancora presenti. Per esempio, oggi si discute molto se gli stati mentali possano essere considerati identici a stati cerebrali, ma la nozione generale di identità è a sua volta una nozione filosoficamente problematica di cui i filosofi si sono occupati e si stanno occupando a fondo. Come escludere a priori la possibilità di un incontro fra questi due tipi di indagine, quello prettamente scientifico e quello prettamente filosofico? E siamo sicuri che ci si possa pronunciare sulla eventuale identità fra stati mentali e stati cerebrali senza capire che cosa significhi conoscere qualcosa? Il problema mente/corpo ha o non ha anche una dimensione epistemologica oltre a quella, palese, ontologica? 

Come filosofo sposa una qualche forma di riduzionismo epistemologico o per lei ogni disciplina ha la sua dignità ed autonomia?

Giustamente parla di ‘qualche forma di riduzionismo’ e non di riduzionismo in modo generico, perché sappiamo che oggi esistono vari modi di essere riduzionisti o di difendere il riduzionismo. Ora se devo intendere la sua domanda come: a lei piace una qualche forma di riduzionismo ed è favorevole a perseguire programmi riduzionistici come per esempio la naturalizzazione dell’epistemologia?, la mia risposta è sì. Credo che il riduzionismo sia una bella cosa perché in genere, quando un programma o un progetto riduzionista è coronato da successo, la nostra comprensione e conoscenza dei fenomeni risultano accresciute. Se invece la domanda significa: crede che il riduzionismo sia vero?, la mia risposta è: sospendo il giudizio. Il riduzionismo e la naturalizzazione sono degli interessanti programmi di ricerca, assai meritevoli di essere perseguiti e sostenuti; ancora però non sono riusciti in tutti i campi, e in alcuni di questi campi sembrano anzi andare incontro ad obiezioni di principio molto forti. Credo comunque che un aspetto importante della questione sia capire sempre bene quali sono le caratteristiche dell’oggetto che si vuole ridurre e che ancora non si è riusciti a ridurre. In questo spirito mi sono occupato di teoria della conoscenza e spero di seguitare a farlo; e sempre in questo spirito mi mantengo quantomeno guardingo rispetto a certe tesi riduzionistiche che mi paiono un po’ troppo semplicistiche.
Inoltre, non mi è del tutto chiaro se ridurre significhi automaticamente negare l’autonomia di ciò che viene ridotto e, se sì, in quale senso. Vorrei ricordare, per esempio, che già in un’opera considerata un classico del riduzionismo come La costruzione logica del mondo Carnap credeva di poter far convivere riduzionismo e autonomia. 

Quale rapporto c’è secondo lei tra filosofia della scienza e storia della scienza?

Un bellissimo e importantissimo rapporto che purtroppo qui da noi gli addetti ai lavori non sono stati spesso in grado né di apprezzare né, tanto meno, di praticare. Se la filosofia della scienza è ciò che ho detto prima, e cioè la riflessione su una specifica forma di cultura, pare difficile pensare che essa possa sensatamente svilupparsi trascurando la dimensione storica di quella forma di cultura. Ciò però non deve condurre a uno storicismo che finisca per svilire il ruolo dell’analisi teorica, né portare a dare per scontato che non esistano problemi epistemologici per i quali la considerazione della storia sia di scarso o di nessun aiuto (per esempio, un mio allievo ha recentemente sostenuto, trattando il problema delle leggi di natura, che casi del genere si danno). In Italia si stenta a capire, almeno in certi settori della storia del pensiero filosofico e scientifico, che il rapporto fra filosofia della scienza e storia della scienza (così come il rapporto fra filosofia e storia della filosofia) non può essere esaurito nel dilemma normativismo /antinormativismo, con i filosofi della scienza (anzi con i teorici in generale) che sarebbero normativisti e gli storici della scienza che sarebbero antinormativisti (con buona pace, peraltro, di tutte le norme che gli storici di fatto spesso impiegano per discriminare fra buona e cattiva storia della scienza). La filosofia, come del resto la scienza, è un gioco complicato fatto di interdipendenze e di interconnessioni e per essere giocato richiede una qualche confidenza con l’elaborazione teorica. Le complessità non solo quelle della storia.

Ancora oggi il manuale di Filosofia più utilizzato negli Istituti Superiori è quello di Abbagnano. Geymonat aveva proposto un manuale in cui storia della filosofia e storia della scienza sono affiancate. Lei stesso con Simonetta Parrini Ciolli ha realizzato un primo volume di una storia della filosofia per le scuole superiori. Come vede la situazione della manualistica per la scuola?

Ho difficoltà a rispondere alla domanda perché da qualche anno non seguo più la produzione scolastica. Quando l’ho lasciata, essa rifletteva lo stato di incertezza e di confusione legislativa in cui versava la scuola. I manuali erano per lo più dei contenitori in cui c’era di tutto disposto in un ordine che definirei sparso. Il libro di testo come tale finiva quindi per avere uno scarso valore formativo. Tutto era lasciato alla capacità e all’intelligenza degli insegnanti e alla bontà del percorso didattico da essi individuato. Siccome l’incertezza e la confusione legislativa permangono, sospetto che nel frattempo le cose siano molto cambiate. Ma non sono in grado di affermarlo. 

Pg si rivolge proprio agli insegnanti delle scuole secondarie per migliorare il raccordo tra mondo delle scuole e mondo dell’università. L’anno scorso lei mostrava di nutrire un qualche ottimismo sul futuro della ricerca e anche della filosofia della scienza italiana. Che cosa la induceva a quel ‘relativo’ ottimismo ... e la pensa ancora così?

Per quanto riguarda la filosofia della scienza la penso allo stesso modo. Abbiamo ancora una pesante eredità del passato da smaltire ed è sempre forte – troppo forte – lo spirito di sudditanza nei confronti di ciò che si fa all’estero sia da parte di ricercatori che operano in Italia, sia da parte di ricercatori italiani che lavorano fuori dal nostro paese. Però non mancano neppure studiosi che lavorano seriamente, anche se, come spesso accade, non sono quelli di cui più si parla. Certo, anche la filosofia della scienza come la filosofia in generale sta subendo i contraccolpi di un eccesso di attenzione mediatica. Quella che è stata chiamata l’“offerta filosofica” rischia di tramutarsi in una “svendita della filosofia” a prezzi stracciati. Sarebbe davvero importante tentare di evitarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     

 

"... per seguir virtute e canoscenza ..."