• Intervista a Paolo Parrini, professore ordinario di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Firenze, vincitore dell’edizione 2008 del premio intitolato alla memoria di Giulio Preti per Pianeta Galileo - 29-10-2008
- Quanto ha pesato (ed eventualmente pesa tuttora) per la sua formazione filosofica lo stretto contatto personale con Giulio Preti?
Il contatto personale con Preti ha voluto dire moltissimo nella mia formazione filosofica e accademica. Nei primi anni Sessanta, poco dopo essermi iscritto all’Universit à, lasciai la Facolt à di Scienze politiche proprio per studiare Filosofia con Preti, che di questo restò molto colpito. Per la verit à, all’inizio mi prendeva un po’ in giro per una scelta tanto decisa e a suo parere ‘sconsiderata’, ma a partire dal secondo biennio, dopo che ebbi sostenuto un esame sul problema d  ella conoscenza, il nostro rapporto subì un cambiamento profondo. Benché fossi ancora uno ‘studentello’, Preti lasciò che le nostre relazioni si facessero più strette e dopo le lezioni del pomeriggio cominciò ad invitarmi a uscire dall’Universit à con lui. In genere facevamo un giro per il centro. Passavamo dalla libreria Seeber allora in via Tornabuoni, oppure da un noto negozio di abbigliamento e finivamo con un ricco aperitivo che naturalmente era lui ad offrirmi. La conversazione era sempre molto vivace anche perché io avevo un atteggiamento appassionato e molto franco che a Preti piaceva e che anzi incoraggiava (ma ricordo ancora lo sguardo a dir poco perplesso lanciatomi una volta da un accademico più ‘tradizionale’ che, incontrato per caso vicino a Seeber, ebbe modo di partecipare a un nostro colloquio!).
Le discussioni vertevano per lo più su temi di natura politica, filosofica e accademica e si infittiranno in seguito negli incontri della domenica sera che ci divennero abituali. Preti amava anche descrivere le ‘sottigliezze comportamentali’ (chiamiamole così) di certi colleghi di cui era stato ‘vittima’ e ciò mi è servito successivamente perché ha fatto sì che atteggiamenti e discorsi analoghi non mi abbiano trovato del tutto impreparato. Non dimentichiamoci che in quegli anni Preti era un isolato, e un isolato che tale era stato reso da una parte cospicua del mondo filosofico italiano, e fiorentino in particolare. In questo settore, tra i personaggi che gli ho sentito citare come ancora suoi amici ricordo solo i nomi di Nicola Abbagnano e, soprattutto, di Mario dal Pra, che molto si prodigherà, in seguito, perché l’eredità filosofica pretiana non andasse dispersa. Ma dopo la morte di Preti ho avuto modo di toccare davvero con mano di quanto affetto, stima e amicizia egli godesse tra alcuni dei colleghi dell’allora Facoltà di Magistero che insegnavano discipline diverse dalla filosofia. Penso soprattutto a Piero Bigongiari, Oreste Macrì, Giovanni Nencioni e Marcello Pagnini.
Quanto alla politica, molte cose sarebbero da ricordare, soprattutto quando si considerino le personalità e gli orientamenti filosofici che allora influenzavano la politica culturale del Pci. Ma fra tutte ne citerei una che mi colpì molto e ha retto al tempo, anzi è tornata di prepotente attualità: la convinzione pretiana che i politici non avessero un vero interesse per i problemi della Scuola, dell’Università e della Ricerca. Su questo punto Preti non credeva alle parole di nessuno e considerava la cosa uno degli aspetti più sciagurati dello stato e della società italiane. Nel caso particolare dell’Università, era poco tenero anche nei confronti di molti dei suoi colleghi ’baroni’, ma sarebbe rimasto inorridito dal modo odierno, indifferenziato, di attaccare la classe dei professori universitari e in particolare degli ordinari. Vi avrebbe visto solo l’ennesimo subdolo tentativo di imbrigliare la libera ricerca e di affossare l’Università, riducendone i costi.
Le discussioni di filosofia erano certamente le più numerose e intense, soprattutto dopo che presi la decisione di laurearmi su Quine, un filosofo verso cui Preti aveva un deciso atteggiamento critico. Su questo aspetto del nostro rapporto il discorso si farebbe troppo lungo e credo d’altra parte che in ciò che ho scritto siano evidenti le tracce che il suo pensiero ha lasciato. Due cose però vorrei mettere in evidenza. La prima: Preti non aveva alcun complesso di inferiorità, o senso di sudditanza, nei confronti delle correnti di pensiero analitiche che pure costituivano una parte cospicua del suo bagaglio intellettuale. Può darsi che qualche volta questo atteggiamento lo abbia condotto a fraintendimenti e a semplificazioni, ma nel complesso gli ha consentito di condurre il suo pensiero in modo personale e mai banale.
L’altro aspetto che vorrei sottolineare è l’interesse prioritario e via via più forte che Preti ha avuto per gli aspetti teorici del lavoro filosofico. Sembra quasi una ovvietà dirlo. Ma negli anni in cui Preti operava, e che anche io ho vissuto, la cosa non era affatto banale. Oggi non ci stupisce vedere uscire numerosi libri che trattano di ontologia o di filosofia della conoscenza, ma tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta opere del genere erano poche e confinate per lo più ai settori di un’editoria strettamente accademica. E di ciò Preti soffriva moltissimo, e credo sarebbe stato felice di constatare quanto la sensibilità filosofica sia cambiata in quest’ultimo ventennio. E cambiata – credo – anche per l’influsso che il suo lavoro ha finito, nonostante tutto, per esercitare. Oggi c’è chi cerca di attenuare la portata di questo mutamento suggerendo che si tratterebbe soltanto di un cambiamento ‘stagionale’; io invece credo che quella archiviata sia una fase in cui si è coltivato il progetto singolare (e peculiarmente italiano) di fare filosofia negando, o depotenziando, quella istanza di teoreticità che è alla base di ogni genuino lavoro nel campo.
- E cosa rimane oggi del suo pensiero?
Io credo che rimanga molto, e non solo per i due aspetti che ho appena citato. Penso, per esempio, che l’uso che Preti ha saputo fare di svariati temi e indirizzi della grande tradizione filosofica europea tardoottocentesca e protonovecentesca, dalla fenomenologia al convenzionalismo, dall’empirismo logico al pragmatismo, dallo storicismo all’esistenzialismo, possa essere ancora di aiuto per affrontare non pochi problemi speculativi che ci stanno di fronte, tanto nel campo della cosiddetta filosofia pratica quanto in quello della cosiddetta filosofia teoretica. Fra le mode odierne c’è quella di parlare di un contrasto fra filosofia analitica e filosofia continentale. E qualche anno fa è uscito anche in traduzione italiana un libro che ha fatto oggetto di ricerca la storica ‘separazione delle vie’ realizzatasi dopo l’incontro di Davos del 1929. L’attenzione si è così concentrata sulla tripartizione di correnti filosofiche legata ai principali protagonisti di quell’incontro: Carnap e l’empirismo logico, Cassirer e il neokantismo, Heidegger e l’indirizzo ontologico-ermeneutico. Ma nessuno che abbia assimilato la lezione di Preti potrà accontentarsi di una simile tripartizione da cui resta esclusa la fenomenologia di Husserl, un movimento filosofico di importanza capitale non certo confinabile all’influsso da esso esercitato sulla nascita del pensiero heideggeriano.
L’accusa di eclettismo che è stata mossa al pensiero di Preti si è rivelata dunque, a mio parere, infondata, oltre che ingiusta. Anche recentemente si è parlato di lui come di uno che, amando “civettare con gli aspetti tecnici della logica e della filosofia della scienza”, avrebbe finito per “sperimentare mescolanze di dottrine filosofiche più che coltivare qualche specialità”. In realtà Preti è stato uno che per tutta la vita, e con grande passione e competenza, ha coltivato una precisa specialità che si chiama filosofia ed è divenuta, purtroppo, in gran parte estranea a molti di coloro che pretendono di farne la storia. È anche singolare che valutazioni come quella appena riportata vengano quasi sempre formulate in modo del tutto dogmatico senza che si senta il dovere professionale di darne motivazioni puntuali e sufficientemente articolate! Di questo aspetto abbastanza tipico, diffuso e durevole della nostra vita accademico-scientifica Preti era già allora ben consapevole.
- In particolare, che senso ha parlare oggi di Giulio Preti? C’è ancora qualcosa da imparare da quella lezione?
Credo di aver già risposto, almeno in parte, a questa domanda. Sarebbe impossibile elencare qui le tesi di Preti che reputo attuali o quelle tra le sue linee di ricerca che ancora meritano di essere perseguite. Posso dire, comunque, che la dimensione del suo pensiero che ho compendiato sotto il titolo ‘filosofia dei valori’ costituisce, per me, una continua fonte di riflessione e di ispirazione. Ribadirei inoltre l’importanza di alcuni aspetti della sua figura e del suo pensiero anch’essi in certa misura gia individuati: (i) l’autonomia intellettuale con la quale egli si è atteggiato di fronte alle tradizioni di pensiero e alle discipline utilizzate (questo si è verificato anche nel rapporto con l’empirismo logico e con la filosofia della scienza e della logica da esso prodotte, sebbene Preti venga spesso considerato – e non a torto – come uno dei pensatori italiani più vicini a quell’indirizzo filosofico); (ii) la rivendicazione senza se e senza ma del carattere primariamente teorico del lavoro filosofico (il che non significa rivendicazione di una teorizzazione scissa da ogni rapporto con la storia della filosofia). Può darsi che, come altre forme di cultura, anche la filosofia giunga prima o poi al capolinea e che non resti altro da fare che una sorta di giornalismo filosofico oppure la ricerca di carattere storico; questo, però, non sarebbe più fare filosofia e, in assenza di un lavoro di natura teorica, anche la storia della filosofia sarebbe destinata a perdere gran parte del suo interesse; (iii) l’equilibrio con cui Preti ha sostenuto l’opportunità, in relazione alle circostanze, di un impegno pratico dell’intellettuale in generale e del filosofo in particolare; (iv) la difesa dell’attività filosofica come un ‘onesto mestiere’; il che significa anzitutto fedeltà alla propria scelta contro le lusinghe del potere in qualunque delle sue forme. Credo che Preti sarebbe inorridito di fronte ai ‘tradimenti dei chierici’ cui oggi frequentemente assistiamo compiuti per un po’ di notorietà, di presenza sui mass media, di piccolo potere politico ed editoriale, di riconoscimenti di vario genere e così via. Per la verità nel mondo filosofico italiano degli ultimi anni sono accadute anche cose positive che non andrebbero sottovalutate; per esempio, sono emersi alcuni ricercatori in grado di confrontarsi con quelli stranieri, sebbene purtroppo – come ho sempre sottolineato – non pochi di essi abbiano finito per lavorare all’estero. Al tempo stesso, però, si sono pure moltiplicati certi segni di deterioramento che hanno fatto nascere l’impressione (anche fra colleghi stranieri) che la filosofia italiana faccia spesso più chiacchiera da salotto televisivo che meditata e documentata elaborazione filosofica.
- Gli anni ’70 sembrano distanti anni luce da noi, sia dal punto di vista storico-politico che da quello culturale. Nella formazione e nello sviluppo della sua posizione filosofica attuale è possibile rintracciare qualche elemento di continuità?
A questa domanda penso di poter dare una risposta affermativa. A parte alcune incursioni in campi un po’ diversi, i miei interessi scientifici (che non esauriscono le mie ‘curiosità intellettuali’) si sono mantenuti abbastanza costanti nel tempo e hanno avuto al loro centro il problema della conoscenza nei suoi aspetti sia teorici sia storici. Anche per quel che riguarda le tesi che sostengo ho tenuto fermi gli aspetti salienti della mia posizione come il convenzionalismo epistemologico, l’orientamento empiristico, un moderato relativismo epistemico, l’oggettivismo antimetafisico. Pensavo di aver esaurito il mio discorso su queste tematiche con la pubblicazione di Conoscenza e realtà nel 1995, ma così non è stato perché poco dopo mi si è parato davanti un nuovo aspetto del problema che poteva rendere più articolata (e chissà, forse anche piu persuasiva!) la mia concezione della verità come ideale regolativo vuoto. Così ho progettato due lavori che, da angolature diverse, dovrebbero ampliare e integrare la posizione delineata fin qui. Purtroppo, però, anche a causa dei miei interessi per la filosofia italiana del Novecento e per certi aspetti del kantismo e dell’empirismo logico, finora non sono riuscito a realizzarli, ma spero di farlo nel prossimo futuro. Sono comunque contento che un paio di recenti occasioni piuttosto impegnative, una in Francia e l’altra negli Stati Uniti, mi abbiano già dato modo di approfondire il mio punto di vista sul convenzionalismo epistemologico e sui rapporti tra epistemologia ed ermeneutica
- Come si colloca oggi il punto di vista di Paolo Parrini nel panorama frastagliato della filosofia contemporanea?
Per certi versi, mi pare che la risposta a questa domanda competa più a coloro che ritengono opportuno porla. Se però mi si vuole invitare a indicare in rapida sintesi quali siano le tesi portanti della mia posizione filosofica, credo di aver in parte già risposto quando sopra ho parlato di empirismo, di relativismo epistemico moderato, di oggettivismo antimetafisico e di verità come ideale regolativo. Sul piano metafilosofico sono per una concezione della filosofia come elaborazione dei concetti che riconosca un certo peso tanto al momento analitico quanto al momento sintetico-costruttivo. E sul piano metodologico ritengo che al lavoro teorico sia utile non rescindere ogni legame con la storia del problema di cui al momento ci si occupa (il che mi ha ispirato alcune idee su come riformare l’insegnamento medio della filosofia suggerendo quello che ho chiamato metodo teorico-problematico).
Oltre a queste indicazioni assai generali, vorrei darne una di natura più specifica cui tengo molto. Anche in occasione del recentissimo convegno di Pittsburgh sull’interpretazione, la mia concezione della verità è stata accostata all’idea di Putnam della verità come ‘accettabilità razionale idealizzata’. Tengo a precisare che la nozione che ho tentato di delineare non ha niente a che fare con le concezioni epistemiche della verità (come è appunto quella putnamiana), esattamente come non ha niente a che fare con concezioni di tipo metafisico. Per me la verità è una categoria nello stesso senso in cui per Kant lo è la realtà (nel senso di Wirklichkeit naturalmente, non di Realität). Turravia nella mia prospettiva sia la realtà sia la verità sono categorie regolative, non costitutive. Rispetto alle molteplici e mutevoli strutture presupposizionali dell’attività conoscitiva, tali categorie hanno il valore di ideali-guida che indirizzano i nostri sforzi conoscitivi verso sintesi concettuali sempre più ricche di dati, articolate e comprensive, nella ricerca di un sapere il più possibile unitario e oggettivamente valido. Esse costituiscono il polo di riferimento di un’attività giudicatrice che, avvalendosi di concetti e principi, si appella ad alcune esperienze per tentare di validare, o invalidare, il valore oggettivo attribuito ad altre. È per questo che la verità non può essere ridotta, in modo depotenziato, ad ‘accettabilità razionale idealizzata’. Essa mantiene per me tutta la forza che ha per il realista metafisico, ma non può essere ‘staccata’ da ogni sua possibile applicazione empirica, né indica una qualche corrispondenza fra le nostre pretese conoscitive e la realtà in sé. La verità è un ideale che ispira e sorregge (senza garanzie a priori di riuscita) la sintesi delle esperienze attuali e possibili. E proprio come avviene nel caso delle categorie kantiane, anche l’uso della mia nozione è legittimo solo a livello di esperienza possibile e non a livello metafisico. Questo modo di vedere le cose è certamente lontano dalla concezione comune della verità, ma piu il tempo passa più mi convinco che esso è estremamente aderente alla maniera in cui di fatto impieghiamo tale concetto.
Che poi io rifiuti l’idea, sempre kantiana, di una rigida impalcatura di strutture a priori della conoscenza, data una volte per tutte e storicamente immodificabile, comporta delle conseguenze sul modo di intendere e difendere la nozione di verità e quella correlativa di realtà. In particolare, ciò richiede che, contro i critici della dicotomia linguaggio teorico/linguaggio osservativo e dell’immagine tradizionale della ragione, si costruisca un modello epistemologico capace di chiarire il ruolo dell’esperienza nella conoscenza e di dare una visione più ampia e articolata della razionalità scientifica, una visione, cioè, che non sia esclusivamente vincolata al ragionamento di tipo logico (deduttivo e induttivo), matematico e criteriale. Per usare di nuovo la terminologia di Kant, si tratta di dare maggior peso, come strumento di discussione critico-razionale, al giudizio riflettente oltre che a quello determinante. Ciò consente, tra l’altro, quantomeno di indebolire la tradizionale distinzione metodologica tra le scienze della natura e le scienze dello spirito, tra l’elaborazione scientifica e le varie forme di espressione e di valutazione artistiche. Per questo la mia posizione, sebbene si ispiri a quelli che ho chiamato gli ideali dell’esprit positif, e io l’abbia caratterizzata come una filosofia positiva, non è di tipo positivista e, tanto meno, di tipo scientista.
- Infine, in un momento così critico della scuola e dell’università italiana, secondo lei, quale sarebbe stata la reazione di Preti? E qual è la sua?
È assai difficile rispondere a questa domanda. Come si fa a immaginare cosa avrebbe pensato e detto Preti che spesso e volentieri sorprendeva, e amava sorprendere, con le sue reazioni? Certo, considerato come egli visse certi aspetti del ’68 – nei quali vide un attacco a valori per lui fondamentali come la libertà della ricerca e l’importanza intrinseca del lavoro intellettuale – credo che avrebbe apprezzato il fatto che oggi gli studenti, al di là degli schieramenti politici, combattono per avere una Scuola ed una Università migliori. E questo è un dato che anche per me è importante. Tuttavia - forse perché ancora condizionato dal pessimismo pretiano - dubito che la società italiana nel suo complesso senta fino in fondo il valore di tale battaglia. Nel mio ultimo libro che risale al 2004 ho citato con partecipazione la frase di un leader politico che aveva dichiarato: da questa crisi ne usciremo migliori o non ne usciremo affatto. Sarebbe davvero un bel segnale se la nostra classe politica imboccasse la strada di un reale miglioramento e iniziasse a individuare gli strumenti adeguati per percorrerla con coerenza, caso mai cominciando da un genuino processo di autoriforma che incontrerebbe il favore di una parte cospicua degli elettori, di destra e di sinistra. Ma ciò che è avvenuto dal 2004 in poi, e ciò che continua ad avvenire sotto i nostri occhi, mi rende poco propenso a credere in positivi sviluppi futuri. Sempre che, naturalmente, la crisi non arrivi fino al punto di rendere davvero inevitabile qualche drastica decisione. Ma questa è una prospettiva che quasi atterrisce. Quindi, pur nutrendo il famoso pessimismo della ragione, cerco di farmi forza con l’ottimismo della volontà, anche se ogni giorno che passa mi sembra che di volontà ne serva sempre di più.
A cura di Umberto Maionchi e Duccio Manettia
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